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incesto

Zia Jenny #6


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
13.02.2026    |    44.242    |    1 9.3
"Iniziò a pompare con forza, dominandomi, possedendomi come un porco in calore: spinte potenti che mi facevano sobbalzare, le mani che mi tenevano i fianchi, schiaffeggiando le natiche rotonde..."
Arrivata a casa, esausta ma ancora carica di adrenalina residua dal weekend, gettai le chiavi sul tavolo e mi lasciai cadere sul divano. Il corpo mi doleva in tutti i posti giusti: il plug d’oro che avevo tenuto per tutto il viaggio premeva costante, un bruciore dolce e insistente che mi teneva bagnata, il seme dei ragazzi che colava lento nelle mutandine di pizzo nero, appiccicoso contro la pelle. Presi il telefono per spegnerlo, ma tra le notifiche spuntò lui: il professore.
Aprii il messaggio e le foto mi colpirono come uno schiaffo. Ero io, nuda e abbandonata sulle lenzuola della villa. In una avevo la sua virilità in bocca, le labbra gonfie e distese, un filo di saliva che colava sul mento; in un’altra le gambe spalancate verso l’alto, il suo cazzo affondato profondo nella mia fica, il sesso lucido di umori e seme, il mio corpo esposto in modo osceno. Ero letteralmente oscena, catturata mentre dormivo ubriaca, ignara di tutto.
La rabbia mi salì dal petto come un’onda bollente. Digitai furiosa:
“Come ti sei permesso di fotografarmi mentre dormivo ubriaca? Cancella subito quelle foto.”
Inviai. Tre pallini. Lui era online.
Risposta immediata:
“Sono la mia garanzia che tu farai ogni cosa che ti chiedo. Ci sentiamo presto.”
Lessi e rilessi. Paura vera, gelida, che mi strinse lo stomaco. Paura che quelle foto finissero da qualche parte, che mia sorella le vedesse, che il mio capo al ristorante le usasse per ricattarmi, che la mia libertà conquistata a fatica si sgretolasse in un clic. Angoscia profonda, un nodo in gola che mi fece venire le lacrime: mi sentii violata, ridotta a un oggetto mentre dormivo, usata come trofeo da minacciare. Il cuore martellava, le mani tremavano. Volevo urlare, ma rimasi lì, paralizzata, il profumo di sandalo che ora mi dava la nausea.
Respirai. Asciugai una lacrima con rabbia. No. Non gli avrei dato potere.
Digitai decisa:
“Potresti pentirti di quello che hai fatto. Ci rivedremo. Stanne certo.”
Inviai, bloccai il numero. Affranta, andai in bagno. Mi spogliai lentamente, il body di pizzo che scivolava via, le mutandine appiccicose che lasciavano tracce umide sulle cosce. Tolsi il plug d’oro dal culo con un sospiro, lo posai nel lavandino. Aprii la doccia, acqua bollente che mi investì come una cascata purificatrice.
L’acqua scorreva sui seni sodi, giù sul ventre tonico, lavando via sudore, seme, odori accumulati. Questa nuova vita mi piaceva da morire: sentirmi viva, desiderata, adoravo gli sguardi famelici degli uomini, il potere di farli impazzire con una curva o un sorriso. A 38 anni, con il corpo scolpito e il fondoschiena rotondo che ondeggiava come un invito, ero libera di godere senza rimpianti. Quelle foto erano un’onta, ma non mi avrebbero fermata.
Le mani accarezzarono i seni sotto l’acqua, sfiorando i capezzoli turgidi, un brivido elettrico che saliva dal ventre. Il sapone alla vaniglia schiumava cremoso, un odore dolce che mi calmava. Profumata, mi asciugai, lavai il plug fino a farlo brillare, lo riposi nella custodia nera nel cassetto. Restai con l’accappatoio, mi infilai sotto le lenzuola e crollai nel sonno.
Il giorno dopo, terminato il turno al ristorante – una giornata intensa tra clienti VIP e avance velate che gestivo con sorrisi maliziosi – entrai nell’ufficio del capo per firmare il registro presenze. Lui, Roberto, 52 anni, fisico robusto da ex rugbista, capelli brizzolati corti, occhi azzurri penetranti e un sorriso da predatore. Mi squadrò da capo a piedi: vestito nero aderente, scollatura profonda che lasciava intravedere il pizzo del reggiseno, gonna corta sulle calze autoreggenti nere, tacchi alti che clicchettavano sul parquet.
“Jenny, sei uno spettacolo oggi,” disse con quella voce bassa e roca, appoggiandosi alla scrivania. “Sembri… diversa. Più luminosa.”
Sorrisi, inclinando la testa. “Forse ho riposato bene.”
Si avvicinò, il suo profumo di colonia costosa e sigaro che mi avvolgeva. “O forse hai passato un weekend… intenso.” La mano sfiorò il mio braccio, poi scese sulla curva del fianco. “Sai che ti voglio da mesi. Non fingere di non accorgertene.”
Il cuore accelerò. Dopo il professore, dopo tutto, avevo bisogno di sentirmi desiderata, di prendere il controllo. “E se dicessi di sì?” sussurrai.
I suoi occhi si accesero. “Allora usciamo da qui. Ora.”
Uscimmo dall’ufficio, lui chiuse a chiave il ristorante vuoto – era già oltre le 23:00 – e mi portò in un hotel discreto a due isolati, uno di quelli con ingresso privato e suite anonime.

Appena la porta della suite si chiuse con un click metallico, Roberto mi spinse contro il muro con una forza che mi tolse il fiato. Le sue mani grandi e ruvide, segnate da anni di lavoro in cucina, afferrarono i miei polsi e li bloccarono sopra la testa, premendo il suo corpo robusto contro il mio. Sentii la sua virilità già dura sfregare contro il mio ventre attraverso i pantaloni, un calore pulsante che mi fece bagnare all'istante. "Sei mia stasera, Jenny," grugnì con quella voce roca, da porco vero, gli occhi azzurri che bruciavano di lussuria. Mi baciò con fame animalesca, la lingua che invadeva la mia bocca, esplorando ogni angolo, sapore di caffè amaro misto a sigaro che mi inebriava. Mordicchiò il mio labbro inferiore, tirandolo piano fino a farmi gemere, un suono basso e umido che echeggiò nella stanza lussuosa, illuminata da luci soffuse e con un letto king-size che prometteva ore di peccato.
Le sue mani scesero, slacciando il mio top con impazienza, strappando quasi i bottoni. Il body di pizzo nero emerse, i seni sodi che premevano contro la trama sottile, capezzoli turgidi come perle dure che lui pizzicò subito, torcendoli con forza. Urlai di piacere misto a dolore, il corpo che si inarcava verso di lui. "Ti piace, eh? Piccola troia," mormorò, la bocca che scendeva sul mio collo, succhiando e mordendo la pelle sensibile, lasciando marchi rossi che domani avrei nascosto con il trucco. Le sue dita esperte scesero più in basso, alzando la gonna corta, sfiorando le calze autoreggenti nere che salivano come una rete di seduzione sulle mie cosce toniche. Trovò il mio sesso, bagnato e gonfio, e infilò due dita dentro senza preavviso, pompando forte, il pollice che girava intorno al clitoride. "Fradicia come una puttana," ringhiò, e io annuii, ansimando, il cuore che martellava per l'eccitazione di essere dominata da questo porco, questo capo che mi aveva desiderata per mesi e ora mi prendeva come un animale.
Mi girò di scatto, premendomi il viso contro il muro freddo, le mani che mi tenevano ferma. Sentii la zip dei suoi pantaloni scendere, e la sua virilità balzò fuori, grossa e dura, venata e rossa in punta, che sfregò contro il mio fondoschiena rotondo. "Ti scoperò fino a farti implorare," disse, e entrò nella mia fica con un colpo secco, riempiendomi completamente. Il calore umido delle mie pareti lo avvolse, e lui iniziò a spingere ritmico, profondo, il letto – no, eravamo ancora in piedi – il muro che vibrava a ogni affondo. Le sue mani mi stringevano i fianchi, le unghie che affondavano nella pelle, lasciandomi segni di possesso. Gemetti forte, "Sì, scopami, porco," le parole che uscivano roche dalla gola, il piacere che montava come un'onda. Lui accelerò, grugnendo come un maiale in calore, il sudore che colava sul suo petto villoso e gocciolava sulla mia schiena. Ogni spinta mi dilatava, mi faceva sentire piena, posseduta, il suo cazzo che sfregava contro le pareti interne, colpendo punti sensibili che mi facevano tremare le gambe.
Ma non era abbastanza per lui. Mi trascinò sul letto, gettandomi a pancia in giù sulle lenzuola di seta bianca. "Ora ti lego, troia. Voglio che tu sia completamente mia." Prese la cravatta della divisa e mi legò i polsi dietro la schiena, stretta ma non troppo, un nodo esperto che mi immobilizzava le braccia. Mi sentii vulnerabile, esposta, il seno schiacciato contro il materasso, il culo alzato in offerta. "Sì, legami," sussurrai, la voce tremante di eccitazione. "Voglio essere posseduta da te, sottomessa al tuo cazzo. Prendimi come la tua schiava." Le emozioni mi travolgevano: desiderio puro, una sottomissione volontaria che mi faceva bagnare ancora di più, il nettare che colava lungo le cosce, l'odore muschiato del mio eccitazione che saturava l'aria mista al suo sudore salato.
Lui rise, una risata bassa e porcina, e si posizionò dietro di me. Lubrificò il mio ingresso posteriore con la saliva, le dita che entravano e uscivano piano per prepararmi, dilatandomi con cura ma con urgenza. "Il tuo culo è mio," disse, e spinse la sua virilità grossa contro di me, entrando lento ma inesorabile. Il bruciore iniziale fu intenso, un fuoco che si trasformava in estasi mentre mi dilatava completamente, il suo cazzo che affondava profondo, riempiendomi fino in fondo. Iniziò a pompare con forza, dominandomi, possedendomi come un porco in calore: spinte potenti che mi facevano sobbalzare, le mani che mi tenevano i fianchi, schiaffeggiando le natiche rotonde fino a farle arrossare, il suono bagnato degli schiocchi che echeggiava nella stanza. "Prendilo tutto, sottomessa," grugnì, tirandomi i capelli con una mano per farmi inarcare la schiena, l'altra che scivolava sotto per pizzicare il clitoride.
Godevo tantissimo, il culo che si apriva intorno a lui, ogni affondo che mi mandava ondate di piacere elettrico dal profondo, mescolandosi al bruciore dolce della dilatazione. "Sì, possiedimi, fammi tua," ansimai, le parole che uscivano tra gemiti rochi. "Voglio essere sottomessa a te, al tuo cazzo grosso, scopami più forte, porco." Le emozioni erano un turbine: sottomissione totale, un desiderio di essere dominata che mi faceva sentire viva, potente nella mia resa, il corpo che tremava per l'estasi crescente. Lui accelerò, grugnendo animalesco, il sudore che gocciolava sul mio fondoschiena, le sue palle che sbattevano contro di me con schiocchi umidi. Venni forte, un orgasmo anale profondo che mi fece urlare, le pareti interne che si contraevano spasmodiche intorno a lui, stringendolo come una morsa vellutata. Lui continuò a martellare, dominandomi fino al limite, e finalmente schizzò dentro di me, getti caldi e abbondanti che mi riempirono il culo, un calore liquido che mi fece venire di nuovo, tremando legata e posseduta.
Mi slegò i polsi con mani tremanti, ma non era finita. Mi girò supina, le gambe spalancate, e si inginocchiò tra le mie cosce. "Ora ti mangio, troia mia." La sua lingua si tuffò nella mia fica gonfia e bagnata, leccando avido, succhiando il clitoride con fame porcina, la barba che graffiava l'interno cosce sensibile. Era un porco vero: grugniva mentre beveva i miei umori, la lingua che entrava profonda, le dita che aprivano le labbra intime per leccare ogni piega, il naso sepolto nel mio muschio. "Hai un sapore da puttana," mormorò contro di me, e io inarcai i fianchi, spingendo il sesso contro la sua bocca. Il piacere montò rapido, un secondo orgasmo che mi travolse: venni nella sua bocca, il nettare che gli inondava il viso barbuto, lui che succhiava tutto, gemendo di soddisfazione, la lingua che continuava a girare intorno al clitoride fino a farmi implorare pietà, le gambe che tremavano incontrollabili.
Crollammo sul letto, ansimanti, i corpi intrecciati in un groviglio sudato e appagato. Roberto mi tirò a sé con dolcezza inaspettata, le sue mani ruvide che ora accarezzavano la mia schiena con tenerezza, tracciando cerchi lenti sulla pelle sensibile. "Sei incredibile, Jenny," sussurrò, la voce suadente e bassa, un contrasto con il porco di poco fa. Mi baciò piano il collo, le labbra morbide che sfioravano i marchi rossi lasciati prima, un tocco gentile che mi fece sciogliere. "Non voglio che finisca qui," mormorò contro la mia orecchio, le dita che intrecciavano i miei capelli castani, un gesto intimo e possessivo ma non più dominante. Mi sentii avvolgere da un calore diverso, un'intimità suadente che mi cullava, il suo odore muschiato misto al mio sandalo che creava una bolla di pace. "Resta con me stanotte," disse piano, e io annuii, chiudendo gli occhi contro il suo petto villoso, il battito del suo cuore che mi cullava in un abbraccio dolce, lontano dalla furia erotica. In quel momento, tra le lenzuola sfatte, mi sentii non solo posseduta, ma desiderata in un modo profondo, e sorrisi tra me e me, pronta per ciò che il domani avrebbe portato.
Sorrisi, il corpo appagato ma già affamato di altro. Il professore poteva tenere le sue foto: io avevo appena iniziato a vivere. E Roberto… beh, Roberto sarebbe diventato un’abitudine molto piacevole.











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